lunedì 22 gennaio 2018

XXI Secolo (Recensione)

Titolo: XXI secolo
Autore: Paolo Zardi
Editore: Neo Edizioni

“La tragedia non è per tutti. Ci vuole un certo physique durôle, per farne parte. Una predisposizione precisa, un talento. Non basta morire, o soffrire, o perdere tutto, per essere il protagonista di un dramma: serve un destino già scritto, un coraggio inspiegabile, e una voce ben impostata.”

La tragedia di cui parla il protagonista, un venditore di sistemi di depurazione dell’acqua domestica che per sopravvivere mente agli sprovveduti clienti perché “l’alternativa era morire”, è quella di ritrovarsi con una moglie in uno stato di coma conseguente a un ictus. Al peso di una diagnosi medica incerta, con le relative tempistiche diluite da tale incertezza, e alla responsabilità di doversi occupare da solo dei propri figli, si aggiungerà il ritrovamento inaspettato di un cellulare. Nascosto tra la biancheria intima che non le aveva mai visto indosso, quell’oggetto riporta alla luce gli scatti pornografici che ritraggono sua moglie con uno sconosciuto, prove di un amore clandestino in piedi da chissà quanto tempo. 
In prima battuta, l'uomo prende le distanze dalla vita che pensava essere la sua, affida i figli alla madre e si concede alla bruttezza e alla solitudine dell'albergo di fronte all'ospedale dal quale può vederne tutto il grigiore e il silenzio; tornare a casa significherebbe aprire la ferita e doverci guardare dentro, adesso che la sola persona a potergli offrire dei chiarimenti giace in uno stato di mutismo imposto

“Dopo una certa età, i tradimenti creano grossi casini. Quando l’amore si trasforma in un groviglio di contratti, promesse, rughe, impegni, rate, è come un vulcano di rancore pronto a esplodere. Ma il desiderio, quel cancro dell’anima, se ne fotte delle conseguenze. Sotto c’è sempre la questione della vita che deve perpetuarsi, la storia del gene egoista, cose così. Ed è per la cieca ostinazione di quella vita che il desiderio se ne sbatte della famiglia, dei suoi dettami, e delle regole. Non guarda in faccia a nessuno. Basta un attimo e l’amore, il fondamento della famiglia, si trasforma in un fucile puntato sul suo stesso nucleo.”


In un secondo momento, invece, comincia a indagare, vuole fare chiarezza, vuole delle risposte alle domande che iniziano a riempirgli la testa; al fine di ottenere delle informazioni riguardo il presunto amante, chiama in causa (inutilmente) le amicizie di sua moglie, affronta un viaggio estenuante che non è solo uno spostamento fisico, finendo però per macerare lentamente nei succhi acidi delle cose irrisolte e (forse) irrisolvibili.


Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell'antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti e i suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e nella rivista Nuovi ArgomentiÈ il primo autore italiano ad essere tradotto e pubblicato sulla rivista Lunch Ticket dell'Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto Sei minuti (in Antropometria). Cura il blog grafemi.wordpress.com.


Paolo Zardi ci racconta di un futuro distopico, di un secolo caratterizzato dalla crisi economica, e di quella dei valori, schiacciate entrambe dall’accidia irrefrenabile dell’Occidente, della crisi petrolifera, del benessere a tutti i costi, della desolazione sociale e della mancanza d’amore.
Un futuro, questo, vagamente riconoscibile, di cui Zardi ci parla in modo diretto, asciutto, a tratti feroce. Una scrittura che va al di là del semplice “dire”, una struttura narrativa che non lascia nulla al caso.
Anche quando i toni fin troppo dolorosi e seri, cedono il posto a molecole sillabiche di speranza e dolcezza

«Ho paura, papà.»
«Di cosa?»
«Del buio. E dei rumori. Li senti?»
Dal soffitto, da sotto, da punti indefiniti, arrivano gli scricchiolii che avevano accompagnato tutte le sue notti in quella casa. Il palazzo era in continuo assestamento, come un ragazzo nell’età della crescita, un vulcano sopito, come un vecchio decrepito che cerca disperatamente di rimanere in piedi.
Gli prese le mani. «È la voce di questa casa. Ma è un posto buono, io qui ci sono cresciuto. Hai visto com’è diventato grande papà?»

Di questo romanzo, candidato al Premio Strega 2015, avevo affermato: “Questo libro promette bene”.
A fine lettura posso dire che tali promesse sono state mantenute. 


martedì 12 dicembre 2017

Storia dei miei fantasmi (Recensione)

Titolo: Storia dei miei fantasmi (Racconti)


Francesco Borrasso esce oggi in libreria con questa raccolta di racconti che custodisce in sé parole medicamentose dalle quali, tuttavia, è inevitabile lasciarsi inghiottire. Il fil rouge che tiene assieme queste storie è sicuramente quello delle emozioni, nella loro più vasta gamma di sfumature. Volendo citarne alcune, dapprima ci si ritrova a fare i conti con il riconoscimento dei sentimenti grumosi, addensati dagli addii:
“Il dolore bambino era formato da tutti i ricordi bianchi, tutte le scene, gli odori, tutti i sapori, i visi, tutti i sorrisi, le giornate di sole, e la pioggia che non serviva; ho provato con la mano ad accarezzargli i capelli, è scappato via, (…).
(…)
“Il dolore uomo è stato più feroce ma meno teatrale; più rapido, più servizievole. Ci siamo riconosciuti subito; nella certezza di avere dei limiti, nell’approvare le nostre debolezze, nell’affrontare una perdita facendoci aiutare dal corpo.”

Poi arrivano l’angoscia e lo smarrimento lasciati in eredità dalle separazioni premature, tra cui quella violenta dal proprio padre; il racconto di ciò che nel tempo si è diventati: delle acquisizioni, delle mancanze, del caro prezzo delle cose taciute:  
“Tu lontano ad osservare, io, su due ruote. Questo momento è identico, come istruirsi per quella magia una seconda volta, imparare a farcela, senza di te. Certo, ora sei alle mie spalle, ma mi basta un movimento, un gesto veloce del busto, un braccio che si alza e prova a stringere, per abbracciarti; sei talmente vicino che dalla schiena puoi toccarmi il cuore.”

La malattia e la necessaria e lucida convivenza con i sintomi:
“Ma so che la depressione è una porta, e se la apri una volta, devi sempre stare molto attento a non perdere la chiave, non di certo per poterla riaprire, quella porta, ma per poterla richiudere, nel caso in cui si riapra da sola.”

E poi ancora, ci si addentra tra le pieghe degli amori acerbi e di quelli fumosi e sfuggenti da voler proteggere a ogni costo, anche quando a lottare si è rimasti i soli; la chiusura, le cose non dette per tempo:
Resta, ti sussurro. Lo faccio piano, con il cuore che salta un battito, con la gola che si chiude per paura di ingoiare, con lo stomaco che si riempie di cemento; i miei movimenti sono densi, pieni di colla.”

I fantasmi che tornano ogni notte a dichiararci guerra a conferma di tutti i grovigli interiori irrisolti:
Il loro primo bacio era stato una rincorsa, un bacio pieno di paura e consapevolezza; uno spostamento di prospettive.”

Perché i fantasmi delle persone che si lasciano andare continuano a vagare nella nostra testa appropriandosi delle fattezze delle possibilità che non ci siamo concessi.

“Ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”

Borrasso ci avvolge nei tessuti delle apparenze, delle distanze, tra le ossessioni; e la morte raccontata in un modo che annoda le corde più intime dell’essere umano:
“Mio nonno è deceduto, siamo in cucina e all’esterno il giorno sta finendo. È inverno, le strade piene di addobbi. Mio padre indossa un maglione nero, a collo alto. (…) È fero sulla sedia, mi rendo conto delle sue mani che tremano un poco, me ne accorgo da terra: sono vicino al fuoco, sul tappeto, e sto leggendo, non ricordo il titolo del libro ma mi è rimasta la sensazione di solitudine.
«Pà’». La mia voce pare una violazione. Un rumore scagliato contro il silenzio sacro.
Lui si volta, abbassa gli occhi e li punta su di me; il suo corpo si porta dietro il racconto del lutto, l’accettazione difficoltosa, sussurra l’epifania di un percorso.”

(…)

“Il morto ha il viso fermo, battuto dal buio; è stato un elemento di salvezza nelle notti bambine, quando qualcuno, agitato dagli incubi, chiamava il suo nome; davanti al volto compariva il suo sorriso che traboccava sonno, metteva una mano sul petto come a voler calmare il battito della paura.
È anche la gola, questa nel collo della camicia, da cui sono venute fuori tutte le parole.”

E quegli allontanamenti salvifici che arrivano proprio nel momento in cui l’alternativa sarebbe sprofondare:

“Lui le posa un bacio sulla fronte. Lei si apre in un sorriso dolce, e nella camera c’è la quiete dei giorni finali.”

Perché dal dolore bisogna uscirne se non illesi quantomeno non troppo malconci, dico io, che ho trovato in questi racconti la tessitura perfetta di una coperta di passioni, trepidazioni, turbamenti che hanno saputo trascinarmi lungo un canale emozionale a tratti opacizzato dagli umori più scuri, e in parte costellato da tratti emotivi tendenti alla pretesa della rinascita.



Francesco Borrasso è nato a Caserta nel 1983.
Si è diplomato in regia cinematografica alla scuola di cinema napoletana: Pigrecoemme.
Ha esordito nel 2016 con il romanzo La bambina celeste, edito dalla casa editrice Ad est dell'equatore. Scrive su Nazione Indiana e cura la rubrica La bellezza nascosta per SulRomanzo. 

La scrittura di Borrasso rasenta la poesia, è ricca di metafore, di slanci di una suggestione e un fascino davvero introvabili.

“Ho combattuto per te come si combatte per la propria vita, ho sfidato la ragione per dare ascolto solo e sempre al mio cuore.”

Credo ci sia riuscito appieno.


domenica 3 dicembre 2017

Neve, cane, piede (Recensione)

Titolo: Neve, cane, piede
Autore: Claudio Morandini
Edito da Edizioni Exorma


Un titolo essenziale, privo di fronzoli che preannuncia in modo esaustivo e con una certa spietatezza, gli elementi e gli ambientamenti che costituiscono la narrazione; a questi si sommano gli umori che caratterizzano il protagonista, Adelmo Farandola, vecchio malconcio e burbero che in estate vive in un bivacco dal quale si allontana raramente per scendere in paese, mentre in inverno nel totale isolamento, confinato tra le strette pareti di una baita completamente ricoperta di neve. Uno spazio inizialmente inaccessibile al cane, amico fin troppo loquace al quale Farandola presta pensieri e sentimenti, e col quale il vecchio montanaro condividerà un macabro ritrovamento.

D’altra parte, i cani fanno così. Si vendono per un pezzo di pane. Ti si appiccicano per la vita. Se li sbatti fuori casa perché si dedichino ai bisogni loro restano lì, sulla porta, e se la fanno addosso, perché tu non sei con loro, e loro non muovono un passo senza di te. Così fanno i cani.”

E poi

“E il cane mugola per la frustrazione.
La notte, i colpi più lenti, più vaghi. È la neve che bussa, lo strato spesso di neve che avvolge tutta la baita e la nasconde al sole fino a renderla un semplice rilievo sulla superficie. È la neve che chiede di entrare.”


“(…) non uno zoccolo, quello che uomo e cane vedono spuntare dalla valanga. Spunta proprio come un germoglio che ha attraversato strati di terra, a fatica e con ostinazione, e ora si schiude all’aria e al sole, per crescere più forte. È grigio di terra e livido.”





Claudio Morandini, nato ad Aosta nel 1960, è insegnante di Lettere presso il liceo scientifico "Édouard Bérard" di Aosta. Si è inizialmente dedicato alla scrittura di commedie per la radio e il teatro, per poi lavorare sul racconto breve e, in seguito, sul romanzo. Suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste. Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste letterarie Fuori Asse, Diacritica e Zibaldoni e altre meraviglie.
Con il suo libro “A gran giornate” è entrato nella selezione libri del mese di settembre 2012 delle librerie La Feltrinelli, nella cinquina dei finalisti della seconda edizione del premio letterario "Il Paradiso degli Orchi", sempre nel 2012, ed è risultato vincitore della prima edizione del premio letterario "Città di Trebisacce", promosso nel 2013 dall'Istituto Culturale della Calabria "Il Musagete".
Con il romanzo Neve, cane, piede si è aggiudicato la XXIX edizione del "Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante", nella sezione Narrativa. A seguito dell'iniziativa "Modus Legendi", il libro ha raggiunto la quinta posizione nella classifica della narrativa italiana e la settima posizione in quella generale dei libri più venduti. Nel marzo 2017 il romanzo è uscito in Francia e a novembre dello stesso anno in Cile.


Un romanzo breve questo, dal ritmo incalzante, ricco di dialoghi ben costruiti, mai pesanti né scontati; una prosa che mette tenacemente in equilibrio i toni più asciutti usati nella narrazione della solitudine, del delirio e della scontrosità del protagonista, che tra l’altro culmina nella ferocia, e quelli più leggeri in cui a farla da padrone sono avvenimenti raccontati con sbalzi umoristici alla stregua del comico.  

"Un romanzo che più somiglia a una lunga favola nera, in cui la montagna parla come creatura ventriloqua attraverso le voci degli animali (...)" Giorgio Ghiotti (l'Unità)