martedì 6 marzo 2018

L'abbandonatrice (Recensione)


Titolo: L’abbandonatrice
Edito da: Fernandel

Il romanzo si apre con la notizia del suicidio di Sofia, una ragazza che Davide ha conosciuto in coda alla segreteria dell'università, a seguito di un attacco di panico. Sempre lì ha conosciuto anche Oscar, omosessuale iscritto al secondo anno col quale, poco tempo dopo, Davide andrà a convivere. Oscar è un personaggio irrequieto, solcato da profonde ferite emotive, da vuoti e struggimenti che riesce a domare, sebbene solo in apparenza, pigiando i tasti di un pianoforte.

Era come se stessi cercando di avvisarmi, tra un accordo e l’altro. Come se le cose serie fossi in grado di dirmele solo mentre suonavi.”

Davide e Sofia iniziano a condividere confidenze, pensieri e aspettative; trovano un posto “adatto per urlare” in cui svuotarsi dei contenuti avvilenti della propria esistenza, fatta di un’omosessualità accettata dalla famiglia solo superficialmente, di fratelli allontanati, di assistenti sociali, di una madre abbandonata e malata:

“Me lo ripetevo spesso in quel periodo, mamma è davvero forte. La più forte di tutti noi.
Invece mamma accumulava in silenzio. Assorbiva la parte tossica di quelle giornate impossibili senza papà, e il dolore trovava terreno fertile in lei. Un dolore che era rimasto in attesa senza disturbare, come quegli uccelli che vivono sulla schiena degli elefanti.
Gli occhi con cui ci guardava, lucidi, spiritati, sembravano gli occhi di un pazzo. E quel sorriso, quel sorriso da clown. Così assurdo, così finto e sghembo, lo stesso sorriso che hanno le cose incomprensibili che nascondiamo sotto il letto prima di prender sonno. Il sorriso di un mostro.”

Sofia e la sua esistenza in frantumi, e Davide che deve nascondersi, non essere, non apparire:

“Non chiedere mai niente a nessuno, mi ripetevo. Non incrociare nessuno. Non fidarti di nessuno. Non aver bisogno di nessuno. Mettiti nella condizione di non dover affrontare nessuno. Sii nessuno in mezzo a centomila nessuno.”

Perché mostrarsi sensibili e vulnerabili rende permeabili agli attacchi esterni e, quindi, alla vita. Condizione che arreca spavento, che mutila i buoni propositi di apertura verso l’altro, che crea aspettative. 
Ciononostante, Davide a un certo punto, quasi sul finale e a modo suo, con passi incerti, decide di esporsi, di controllarsi, di assumersi un’enorme responsabilità, una responsabilità sana, maturata nella sofferenza di una confessione che porta in sé un dolore atroce, e che ha scavato lasciando cicatrici esposte. Un abbandono che diventa necessità, sopravvivenza, salvezza. 




Nato nel 1983 a Ferrara, di professione webmaster e grafico pubblicitario, Stefano Bonazzi da oltre dieci anni realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte pop-surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco.
Come scrittore, ha esordito nel 2011 con il racconto Stazioni di posta, scelto da Gianluca Morozzi per l’antologia Auto Grill, a cui sono seguiti altri racconti raccolti in varie antologie.

A marzo 2014 è stato pubblicato il suo primo romanzo, A bocca chiusa, per Newton Compton Editori, definito da Gian Paolo Serino su «Satisfiction» come “l’opera ammirevole di un genio”.
Il 9 novembre 2017 esce per Fernandel il suo secondo romanzo, L’abbandonatrice.
Per maggiori informazioni, il suo sito è: www.stefanobonazzi.it.


Di Bonazzi mi ha sorpreso la capacità di alternare e amalgamare fragilità e ruvidezza espressiva senza che vi sia tra le due un confine definito, in cui diverbi e pensieri affettuosi si avvicendano senza mai eccedere, senza che si sovrappongano. Trova spazio un modo di raccontare i sentimenti che assomiglia alle melodie migliori di un Oscar consapevole:


Ascolto il battito del cuore farsi sempre più presente, un sonar che mi attraversa dalla testa ai piedi. È così che nasce la paura. Dai dettagli. Si comincia dai particolari e poi la mente prende il largo, costruisce sentieri, alza muri che mordono il cielo e divorano tutto, compresa l’aria.”

“Ogni giorno è uno sforzo immane per resistere. Esistere è resistere. Questo male è stato il culmine del mio soffrire. Ogni notte, prima che i sonniferi mi inchiodino al sonno, passo ore terribili. Ore con la morte, ore con la follia che rode il cuore. Resistere, esistere, resistere, esistere, resistere, esistere, resistere, esistere. In certi momenti m’illudo ancora. Poi torna a soffiare quel vento livido, orrendo, e scriverti significa piangere lacrime di catrame. Tutto si è sbriciolato, in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura.”

E a noi non resta che attendere il suo prossimo romanzo. 


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