sabato 24 novembre 2018

Tu che eri ogni ragazza (Recensione)

Titolo: Tu che eri ogni ragazza
Autore: Emanuela Cocco
Edito da Wojtek Edizioni


“Il suo volto. Anche adesso, avanza dentro di te senza fermarsi fino al fondo spostato sempre un poco più avanti; il fondo che non arriva mai. Il suo volto. Questa cosa. Se ne resta quieta, pozza inesauribile che ha la consistenza della pioggia, quieta, ma solo in superficie, quieta ma sempre sul punto di sgorgare. Il volto di nostra figlia. Solo che io non lo vedo. Dovevo dirtelo. Se non fossi così lontana, non ci riuscirei, perciò resta dove sei. Non muoverti da lì. Ho detto: mi manca, ma non riesco a vederla.”

In questo romanzo si alternano con disciplina e ritmo due storie di dolore, uno subìto e uno inferto. Da una parte si erge il tentativo di fronteggiare l’angoscia per la perdita di una figlia, morta per mano di un violento; il padre concretizzandola in opere di bene, sua moglie mostrandola come fosse una medaglia al valore.

“Prendete in considerazione il mio dolore, tua madre sembra dire a tutti: prendete in considerazione il mio dolore. Quanto a me, se non fermo subito questa cosa, se mi lascio prendere dalle domande, se continuo a fare questo gioco, se vivo ancora quel giorno tutto intorno al fatto, se lo rimetto insieme pezzo dopo pezzo e tolgo solo il sangue, se metto insieme tutto così come è andato, tutto così come doveva andare, tutto identico, a parte te; se in questo tutto ci infilo dentro qualcun altro, giusto per la parte che non sei tu… Tua madre sembra dire a tutti: prendete in considerazione il mio dolore. Se non altro perché questo dolore che mi è piombato addosso, questo qui, è migliore del vostro, perché è mio.”


Un padre, questo, che vuole a tutti i costi salvare gli altri regalando monetine alla stazione, prima ancora di comprendere che non è salvo neppure lui.

“Credi che solo i giusti meritino di essere salvati. E pensi di poter decidere, di poterlo sapere con certezza. (…) Non si può scegliere, è questo il punto, perché la scelta rovina tutto. Se non rinunciamo a questo, compiamo qualcosa di mostruoso. Ma la verità è che non siamo disposti ad alzare un dito, se non possiamo scegliere. (…) Mi stavo concedendo il lusso di fare progetti, e non capivo che solo dando così, senza calcolo, senza garanzia, senza che la cosa fosse facile, solo in quel modo, forse, avrebbe potuto funzionare. Ora l’ho capito. E ho capito che non ne sono capace. (…) Non sono abbastanza forte per amare. Non posso amare senza scegliere. Ma scegliere è un abominio, come dimenticare.”


E il dolore che ne consegue, col quale bisogna scendere a compromessi per potergli sopravvivere:

“È vero, sono stato ferito, ma non preoccuparti, non morirò. E non fa così male, anche se l’aspetto non è dei migliori. È come se mi avessero ritagliato con una di quelle forbici con le punte arrotondate che usavi a scuola quando eri piccola, è come se mi avessero ritagliato e poi incollato con quella colla finta che stendevi con la paletta, quella che incolla e non incolla. Sento la ferita, a volte penso che basti un semplice respiro perché si apra di nuovo. Mi attraversa qui, lungo la pancia, e arriva quasi fino al petto e brucia, e quando mi medicano vedo un’ombra scura sotto la pelle, come mi avessero marchiato a fuoco.”


E poi c’è Jungla, una ragazza enorme e goffa, seguita dagli assistenti sociali, che scappa di casa e tenta a più riprese di mettere a tacere la sua parte più interiore:

“: a Sabbianera sono Jungla e la cosa, di cui si vergogna. O meglio: prima era solo la cosa, poi è arrivata Jungla. Quella arrivata per prima semplicemente è, questa si è fatta con il tempo. La cosa sente. Ama. Soffre. A volte è azione manifesta incespicante, che sprofonda Jungla nella vergogna. Un irrimediabile disordine del cuore, una frattura, una soglia tra il dentro e il fuori le tiene separate. È stata Jungla a crearla. Ora, da sempre, Jungla è di sentinella, sorveglia l’uscita e l’entrata dell’altra, le sbarra la strada. (…) La cosa sente, ordina in sé tutto quello he Jungla smarrisce. Obbligata a tacere con la forza, con la forza immobilizzata, si divincola. Jungla decide di ucciderla. La strangola con le sue mani. (…) La cosa lascia fare. Semplicemente muore, senza opporre resistenza. (…) Lei torna. Per qualche tempo semplicemente sono, insieme. La cosa accerchiata, perennemente uccisa eppure inviolata, semplicemente è. Jungla non è d’accordo. L’altra teme che Jungla voglia ucciderla ancora, come accade e continua ad accadere.”


La cosa che torna, anche nei pensieri dell’uomo, nei suoi resoconti, nella chiave di lettura del mondo che gli sembra oramai troppo diverso, e disperso, e inutile. Perché con la cosa, prima o poi, bisogna farci i conti:

Dovremmo poter vedere la morte una sola volta nella vita per capirci qualcosa. La ripetizione guasta tutto.
Invece questa cosa che preme alla nostra porta mi fa paura. Sapere che quando smetterò di parlare allora saremo davvero solo io e tua madre, ognuno per conto suo, a dire prima e dopo; e in mezzo ci sarai tu. Solo prima e dopo, e la cosa che ora preme alla nostra porta. La merda di questo mondo in cui è successo. Già al suo posto. Prima di te. In attesa di te. Avremmo dovuto tirarla via di lì, prenderla con noi, portarla in casa nostra e farci i conti. (…) Lasciarla entrare. Parlarci un po’,offrirle un riparo, prendercene cura, scortarla per le strade; tenerla vicino. (…)
Quando smetterò di parlare allora io e tua madre diremo: prima e dopo. (…)
Ma non c’è un prima e non c’è un dopo, per essere precisi, la merda di questo mondo in cui è successo, la cosa alla porta, era già lì. Solo che non riuscivo a vederla. Nemmeno lei. Eravamo ciechi.”



Emanuela Cocco è autrice teatrale di drammi e monologhi pubblicati e rappresentati. Ha collaborato alla scrittura all’audiodramma di Sandrone Dazieri Le madri atroci (Feltrinelli, 2012). È redattrice della rivista di drammaturgia contemporanea “Perlascena”. Cura la rubrica di analisi letteraria Esplorazioni sulla rivista “L’Irrequieto”. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste “Verde” e “L’Irrequieto”. Tu che eri ogni ragazza è il suo primo romanzo. 


Credo che questo romanzo vada letto per una serie di fattori; anzitutto perché sa raccontare il dolore mostrandolo, rendendo quasi visibile. Te lo presta affinché tu lo possa toccare per poi renderlo indietro col valore aggiunto di averci empatizzato. In secondo luogo perché sa narrare il background giovanile con una freschezza e una chiarezza invidiabili; slang e accenni dialettali che chiariscono senza mai appesantire o involgarire il testo. In terza istanza, perché la scrittura di Emanuela è semplice ma non semplificata, è "naturale" e densa. 
Impossibile non gradirla. 

lunedì 8 ottobre 2018

Io non c'ero (Recensione)


Titolo: Io non c’ero
Autore: Giuseppe Tomei
Edito da Aurora Edizioni




Piero, Marco e Massimo sono tre amici accomunati dall’amore che mettono nelle cose che fanno e che però, a un certo punto, per uno di loro diventa una propulsione insufficiente. C’è bisogno di aria nuova, di altre prospettive, di cambiamento. E lui lo fa raccogliendo i pezzi della sua vita e del suo amore per Elena, per poi trasferirli in un’altra città.
Ma è una madre quella che lascia, una terra col ventre spaccato che ha perso i suoi figli; Federico, il figlio di Massimo, ci torna controvoglia, almeno apparentemente, trovandosi davanti al rudere di quella che era stata la casa del padre, la sua vecchia roulotte nel garage con una foto consumata al suo interno. La desolazione, l’abbandono, il “marciume” e un solo unico punto di svolta: le erbacce, selvatiche e testarde, che resistono

“Venti minuti dopo l’autovettura si ferma in un piazzale di fronte ad una casa singola, separata dal resto del mondo da un’impalcatura, puntellata per tenerla stretta e unita come fosse ancora intera nonostante i gravi danni strutturali. (…)
Scende dal taxi, paga, prende le valigie e rimane da solo a fissare la dimora, una ragnatela di crepe sui muri, finestre rotte, polvere e abbandono, ferite non ancora cicatrizzate a dispetto del passare taumaturgico del tempo.
Inserisce quasi con scetticismo se non addirittura mancanza di fede la chiave nella toppa, l’uscio nonostante la sua diffidenza si apre, seppur cigolante e ormai male in asse sui cardini arrugginiti.
I raggi solari fanno luce sulla muffa verdastra che sporca le pareti interne, i mobili sono ancora tutti al loro posto ma l’umidità li ha resi fradici di marciume.
La grande finestra che dava sul giardino rivela la parte posteriore: un cumulo di macerie ricoperte da erbacce.”


Questo racconto, esile nello spessore ma robusto nei contenuti, è un insieme di tante cose. Tantissime.
È un ritornare alle origini, un reagire di fronte a degli eventi su cui non abbiamo né controllo né  predizione, l’incaponirsi della vita che vuol fare il suo corso nonostante tutto, il bisogno di guardare avanti senza dimenticare, perché è nel ricordo che resta depositata la vita.

Le cose normali, le frasi di tutti i giorni, non avevano più senso: è ora di colazione, fra dieci minuti ho un colloquio di lavoro, non vedo l’ora che arrivi la mia amante(grassetto mio) non vedo l’ora… qui nessuno guarda più l’orologio. Non avevamo il tempo (grassetto mio) a dirci cosa fare, si aspettava che scendesse semplicemente la notte, che facesse buio, spesso ubriachi, ridendo a voce alta, come per dimostrare che non avevamo paura o almeno che non ne avevamo più ma era una bugia, lo sapevamo e lo sapeva anche il buio.”




Classe 1971, attivo dal 1998 nel panorama letterario, teatrale e radiofonico aquilano. Per citare solo alcuni suoi lavori: nel 1998 pubblica “1848, UNA STORIA PRETURESE” insieme ad Agostino Ciccarella, libro-indagine; nel 2012 scrive e sceneggia la webserie “CONSONANTI”, per la regia di Francesco Paolucci, interpretata da Luca Serani; nel 2016 è autore di “RIGENERAZIONE”, atto unico interpretato da Simona D'Angeli e Giancarlo Curio con le musiche di Domenico Capanna e Giovanni D'Eramo, rappresentato presso l’Auditorium del Parco di L’Aquila; nel 2017 scrive e dirige “Donna e Dama”, rappresentato nell’ambito del cartellone della Perdonanza Celestiniana; dal 2017 è gestore e co-responsabile di SpazioRimediato, teatro off e polo culturale in L'Aquila, presso il quale organizza spettacoli teatrali, concerti ed attività formative rivolte ad adulti e bambini. 




Contrariamente alle aspettative, come Giuseppe ha spesso sottolineato, questo racconto non è il resoconto di un terremoto, o almeno non solo aggiungo io, ma di consapevolezze rafforzate o conquistate, di cose che cambiano, che si rompono e possono (o devono) essere riparate sebbene si vedano ancora le crepe, come cicatrici che restano. In questo racconto, il fatto critico che tiene insieme il prima e il dopo come il cardine la porta allo stipite, è un evento enorme che contiene in sé qualcosa di devastante, che incrina muri, schiene e progetti, che fa demordere e arrabbiare, che da forma alle paure. 
È un racconto che si sviluppa su un binario sul quale si avanza e si retrocede di molti anni, tra uno slancio verso il mutamento e la necessità, quasi fisica, di lasciarsi trattenere a terra da radici forti quanto esposte. 





sabato 29 settembre 2018

Mio fratello rincorre i dinosauri (Recensione)

Titolo: Mio fratello rincorre i dinosauri (Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più).
Autore: Giacomo Mazzariol
Edito da Einaudi



"Per prima cosa voglio parlarvi del parcheggio, perché è lì che tutto è cominciato."

Questa la scenografia, deserta e svogliata, dove i genitori annunciano a Giacomo, Chiara e Alice, l'arrivo di un fratellino. Giacomo ne è entusiasta almeno quanto il padre perché ora hanno la possibilità di "pareggiare" il numero ("due a due") delle donne in famiglia. 
Non potendo farsi trovare impreparato a questo arrivo insperato, Giacomo chiede al padre di accompagnarlo a comprare un regalo:

"Mi serve un peluche forte, (grassetto mio) pensai, qualcosa che quando mio fratello lo vedrà sarà come se si stesse guardando allo specchio. (...) Poi lo vidi. (...) Il ghepardo. L'animale più agile e veloce, maestoso, regale. Già lo immaginavo: mio fratello il ghepardo" (grassetto mio). 

Inizia da lì il viaggio immaginario e immaginifico di Giacomo,  un percorso ricco di progetti, di sogni, di tempo da investire insieme al suo nuovo compagno, di vita e di giochi, che avrebbe accolto seduto su i suoi soli cinque anni. 
Tuttavia, in un giorno qualunque, senza che ve ne fosse il sospetto, i tre fratelli vennero portati di nuovo nel parcheggio, sempre quello, per una seconda notizia:
"- Abbiamo una cosa da dirvi... Riguarda vostro fratello. 
Papà le strinse la mano.
- Vostro fratello... - disse, e fece una pausa. - Ecco, vostro fratello sarà...speciale.
(...)
- In che senso speciale? - chiesi io. 
- Nel senso, - disse papà, - che sarà...diverso. Affettuoso, anzitutto. Molto. Moltissimo. E poi sorridente e gentile. E tranquillo. E con i suoi, ecco, diciamo con i suoi tempi. (Grassetto mio)
(...)
- E altre cose sue speciali che ancora non sappiamo, - sorrise mamma.
(...)
Quella notte sognai un bambino-ghepardo con i superpoteri. Se era speciale, forse aveva i superpoteri."

Poi Giovanni arriva e, con lui, tante cose incomprensibili cui seguono deduzioni di una tenerezza esemplare:
" Mamma uscì dal bagno e aprì la cassapanca per prendere gli asciugamani.
- Giacomo... - disse, con quella voce dolce e profonda al tempo stesso che mette su quando c'è della verità vera in quello che sta per dire, - nella vita ci sono cose che si possono governare, altre che bisogna prendere come vengono.- (...) - L'unica cosa che si può sempre scegliere è amare, - disse. 
- Amare senza condizioni.
In quel momento Chiara entrò in camera e venne a sedersi sul letto accanto a me. - Anche il suo catarro? - chiese inserendosi nel discorso. 
(...)
- E la lingua, - disse Alice, che era sgattaiolata in camera senza farsi vedere e ci aveva fatto una specie di agguato da dietro il letto. - Perché ha sempre la lingua di fuori?
In effetti anche quello era vero: mostrava sempre la lingua. (...) Forse sarebbe stato il primo Mazzariol in grado di usarla per toccarsi la punta del naso. Noi eravamo scarsi, in quello. Non potevamo essere sia arrampicatori di alberi, sia toccatori di nasi con la lingua. Sarebbe stato eccessivo."

E poi arriva il momento dell'apertura, doverosa e faticosa, verso l'esterno:
"Passarono i primi tre anni, io andai in quarta elementare e lui, finalmente, venne iscritto all'asilo. (...) Il primo giorno lo accompagnammo tutti. Parcheggiammo davanti all'entrata e scendemmo dalla macchina. Per strada, sul marciapiedi, era pieno di bambini che correvano, urlavano, cadevano, abbracciavano i genitori, mentre loro, i genitori, parlavano con le maestre e con gli altri papà e le altre mamme. 
Noi no.
Noi eravamo silenziosi come davanti a un tuffatore in procinto di lanciarsi dalla più alta delle scogliere."

E della consapevolezza che la diversità di cui si parlava all'inizio non è affatto legata ai superpoteri, ma alla parola Down  che trasforma l'entusiasmo iniziale in chiusura e vergogna. Il mondo interno di Giacomo cambia, portandosi dietro tutto il resto:
"- Alla mia scuola non lo sa nessuno.
- Davvero?
- Sì. 
- Com'è possibile?
- Semplicemente... non l'ho mai detto. 
- Perché?
- Perché Gio non è pronto a essere... esposto. Il mondo se lo mangia uno come Gio. È la legge della giungla. O cacci o sei cacciato.
(...)
- Comunque, se proprio devo essere sincero, la vedo dura che tu riesca a nascondere Gio. È una persona, mica un pacchetto di sigarette.
(...)
Fu a quel punto che sentii me stesso dire: - Mi prenderebbero in giro.
Vito si rizzò di nuovo. - Allora il problema non è che il mondo si mangi Gio. È che hai paura si mangi te."


Giacomo e Giovanni
La scelta di questa mia foto, a fine lettura, non è casuale: rappresenta tante cose. Il rosso amato da Giovanni, che è il colore con cui rappresentiamo romanticamente il cuore, e del sangue portatore di ossigeno nel corpo; una smorfia tipica di Gio, quella che assume mentre pensa, o finge di farlo, sul da farsi, ma soprattutto significa mostrarsi. Un esporsi che non ostenta nulla, ma che sta a significare che la diversità dev'essere una risorsa, occhi diversi con cui guardare alla vita, un motivo di crescita e di scoperta che non va nascosto, ma urlato.
Credo che Giacomo, grazie alla dolcezza della sua scrittura, abbia fatto centro su questo bersaglio, che è la paura del diverso, perforandolo. E dai fori, anche quelli più piccoli, si sa: entra la luce.


"Giovanni che ha tredici anni e un sorriso più largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia:" Mi sono sposato". Giovanni che balla in mezzo alla piazza (...) Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai più di venti minuti: se uno va via in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche."